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La lotta solitaria dei malati fumatori
Lunedì 29 Giugno 2009 10:17
Sul forum «Stop al fumo» di Sportello cancro un aiuto per smettere di fumare (Reuters)MILANO - «Quattro giorni e mezzo fa ho ceduto il mio pacchetto di sigarette a una amica. Ho 27 anni e ho scoperto che il nevo che mi è stato escisso era un melanoma e adesso dovrò sottopormi ad altri accertamenti. In un primo momento questa notizia mi ha fatto venire una gran voglia di accendere decine di sigarette contemporaneamente...tanto se una cosa deve succedere non sarà certo il sacrificio a fare in modo che non accada. Poi però istintivamente ho deciso: quasi quasi questa che ho acceso è l'ultima sigaretta! E' cosi è stato...finora...». Così scrive Mariagrazia nel suo messaggio sul forum Stop al fumo, inviato, dice, per «condividere uno sfogo con qualcuno che sa di cosa parlo». Come lei, sono molte le persone che, con una diagnosi di tumore, si trovano a combattere una lotta parallela con le odiate-amate sigarette. Ma ancora in troppo casi la loro è una battaglia solitaria, in cui i medici, impegnati a curare la malattia, trascurano una delle terapie che più possono influire sulla qualità di vita dell’ammalato: piantare in asso il tabacco. FUMA UN MALATO SU QUATTRO - Gli studi sull’argomento non sono tanti, ma qualche numero c’è. «Si stima che un malato di tumore su quattro sia un fumatore e che quattro su dieci lo siano stati in passato – dice Roberto Boffi, responsabile dell’ambulatorio per i danni da fumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano -. Molti pensano di smettere, quando arriva la mazzata della diagnosi, alcuni ce la fanno, altri no». Secondo un’indagine di qualche anno fa, il 20 per cento delle persone che si ammalano di tumori palesemente correlati al fumo (polmone o area testa-collo) non smettono. E gli irriducibili sembrano ancora di più se si considerano tutti i tipi di cancro. «Fra i nostri pazienti che si rivolgono al centro antifumo, un quarto resta lontano dalle sigarette per almeno sei mesi, un terzo ne fuma meno, un altro quarto non cambia abitudini» spiega Boffi. LA PRIMA MEDICINA – Ammettiamolo. Viene da chiedersi perché fare tutta questa fatica quando, in fondo, «un tumore ce l’ho già» e «con tutto quello che mi accade, lasciatemi almeno la consolazione della sigaretta». Semplice: perché smettere di fumare è la «medicina» anticancro più immediata ed efficace che un ammalato possa procurarsi da sé. Chemioterapia e radioterapia diventano più efficaci e meno tossiche senza l’interferenza delle migliaia di sostanze contenute nelle sigarette e senza il monossido di carbonio che si mangia l’ossigeno nelle cellule. E senza il fumo gli interventi chirurgici presentano meno rischi cardiovascolari, le ferite guariscono più in fretta e i ricoveri si accorciano. Cambiano le prospettive di sopravvivenza, cambia la qualità di vita. Meno guai per il malato e meno costi per l’ospedale. OSPEDALI: ASSISTENZA A SINGHIOZZO – Che cosa accade nei centri oncologici, si propone un sostegno ai malati fumatori? «Sì e no, dipende da chi li vede – risponde Giuseppina Lamantia, responsabile del centro antifumo dell’Istituto europeo di oncologia di Milano -. Spesso i medici non affrontano l’argomento, lavoriamo sempre con tempi così stretti, c’è poco tempo, si investe poco. Io lo faccio perché ci credo». «Pochi ospedali in Italia danno assistenza ai malati ricoverati, farmaci per la smoking cessation e per le eventuali crisi d’astinenza che vanno innanzitutto riconosciute e poi curate con i farmaci adatti» spiega Roberto Mazza, responsabile dell’Ufficio relazioni con il pubblico dell’Istituto tumori di Milano, uno dei pochissimi centri oncologici con ambulatorio per fumatori all’interno dell’ospedale e con farmaci antifumo messi gratuitamente a disposizione dei ricoverati. VENETO, PAGA LA REGIONE - In Veneto è stato appena presentato un piano regionale di prevenzione delle malattie fumo-correlate. «La Regione finanzia una sperimentazione per la fornitura gratuita di medicinali (bupropione, vareniclina e trattamento sostitutivo con nicotina) ai pazienti oncologici e cardiopatici in tre Usl, Pieve di Soligo, Treviso e Chioggia. Lo scopo di questa sperimentazione è conoscere i costi, per stabilire un eventuale ticket, e il gradimento del servizio da parte dei pazienti» racconta Stefano Nardini, direttore Centro antifumo dell’ospedale di Vittorio Veneto. Il budget complessivo per il 2009 è di 45mila euro e la spesa per ciascuno dei 3-400 pazienti previsti sarà di circa 150 euro. PAGARE O NON PAGARE - E’ così importante il costo? Sì, secondo Nardini: «Per agevolare la disassuefazione uno dei fattori che limitano la compliance, la partecipazione dei pazienti, è il costo dei farmaci». Altri sono meno convinti. «Un fumatore che vuole smettere spende magari 10 euro dal farmacista contro i 20-30 euro che lasciava al tabaccaio» dice Angelo Sena, responsabile del centro di prevenzione e cura del tabagismo dell’ospedale Cardarelli di Napoli. «Come per altre dipendenze, anche per chi deve smettere di fumare il fatto di pagare per le proprie cure può contribuire a dare valore all’impegno che ci si è presi» osserva Giuseppina Lamantia. BENEFICI REALI E RAPIDI – Per chi è malato ancor di più che per i fumatori sani, può essere utile indicare vantaggi concreti e rapidi. Qualche esempio tipico lo fa la dottoressa Lamantia: «Al paziente in chemio che soffre di nausea, ad esempio, si può dire “provi a smettere di fumare e vedere come va. La nicotina peggiora gli effetti collaterali”. Funziona un po’ meglio nei malati in attesa di intervento. Gli si spiega che smettere di fumare accorcia la riabilitazione, accelera la cicatrizzazione, i tempi di intervento, riduce le complicanze respiratorie». «Possono bastare 15 o 20 giorni, a volte anche meno, per evitare le complicanze con l’anestesia e nella fase postoperatorio – aggiunge Sena -. Inoltre si deve aiutare il fumatore ricoverato che in ospedale è costretto a stare lontano dalle sigarette, per combattere le crisi di astinenza che assalgono con insonnia, stitichezza, nervosismo. E io, che sono un ex fumatore, so bene quanto possa essere difficile». RIESCE CHI HA SPERANZA - In generale, osservano gli esperti, le possibilità di successo sono proporzionali alla speranza di vita e alla voglia di ricominciare. «Sono i malati meno gravi i più determinati, più di una persona sana, come se intendessero rendere migliore il tempo che la malattia lascerà loro. Ciò che a volte mi pare paradossale – afferma Angelo Sena – è che, nella mia statistica personale, i malati con un tumore al polmone si rivolgono molto raramente a noi e ancora più raramente ce la fanno a smettere». Emblematico il caso di un paziente incontrato da Cardini: «Gli è stato tolto il polmone sinistro per un cancro. Dopo otto-dieci giorni dall’intervento ha ricominciato a fumare. Già di per sé è una persona più a rischio di un’altra e, se mai dovesse ricadere, difficilmente potrà essere operato di nuovo». «I pazienti operati e i guariti rispondono meglio – conferma Giuseppina Lamantia – vogliono risolvere qualcosa nella loro vita. Non di rado, poi, arrivano anche gli accompagnatori, chi viene in ospedale con la moglie o con il papà malato, ci vede e pensa sia ora di provare un cambiamento». VIETATO COLPEVOLIZZARE - Ciò che appare essenziale è che il ricovero è un’occasione, sottolinea Roberto Mazza: «E’ un momento in cui si può dare un senso a molte cose, persino al dolore, al rifiuto e alla rabbia contro la malattia. Si può dire al paziente che può fare qualcosa per se stesso, senza gli inutili sensi di colpa che spesso, nei fumatori che si ammalano di un cancro correlato al fumo, aggiungono dramma al dramma». Meglio ripartire come ha deciso di fare Mariagrazia, guardando avanti senza voltarsi indietro. Donatella Barus (Fondazione Veronesi)
 
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