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MIROS Associazione Culturale - Scicli
Cambiamenti, conferenze e rinnovabili PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Giovedì 20 Dicembre 2012 12:36
Da La Republica - Si apre a Durban un summit sul clima che assume i connotati dell’ultima spiaggia. Qui di seguito qualche voce di corridoio e alcune note ufficiali. Staremo a vedere. Intanto riflettiamo almeno un attimo sull’enorme espansione delle energie rinnovabili, elmento cardine della green economy. Domani in Sardegna viene inaugurata la più grande serra fotovoltaica del mondo, costruita nientedimeno che da General Electric, il colosso statunitense che trova redditizio investire per la prima volta in Italia e proprio in Sardegna. Serra fotovoltaica significa non occupare passivamente terreno potenzialmente produttivo da un punto di vista agricolo, ma anzi, moltiplicare gli occupati, rendersi autosufficienti energeticamente e commerciare prodotti ortofrutticoli di pregio. La direzione giusta per non consumare ulteriore suolo e preservare le attività agricole locali. Va notato che si prevede, per questo decennio, una crescita enorme in Europa delle rinnovabili, secondo le più recenti proiezioni. Lo afferma l’Agenzia Europea dell’ambiente: l’energia eolica off-shore è destinata ad aumentare di 17 volte tra il 2010 ed il 2020, mentre le energie rinnovabili collegate alle più recenti tecnologie nel campo del solare a concentrazione e dell’energia dal mare, tenderanno ad aumentare di 11 volte. Significativi aumenti anche del fotovoltaico, dell’eolico on-shore e delle rimanenti fonti rinnovabili.  http://www.eea.europa.eu/highlights/mass…) Veniamo a Durban. Secondo Vincenzo Ferrara, nei discorsi di apertura tutti si sono augurati un grande successo, ma con diverse sfumature, ripetendo in pratica le già note posizioni negoziali, posizioni che appaiono, almeno in questa fase di inizio, del tutto inconciliabili, se non si continua a trovare una via di mediazione. Nelle chiacchiere di corridoio, riportate dal resoconto ufficiale IISD, la preoccupazione maggiore è il protocollo di Kyoto e che destino possa avere dopo il 31 dicembre 2012. Poiché c’è anche la problematica questione sulla forma legale che debba avere il trattato globale di lungo periodo (la bozza preparata dal gruppo AGW-LCA), è probabile che i due problemi vengono collegati. In pratica, potrebbe diventare accettabile un impegno sul prolungamento del protocollo di Kyoto (nella forma emendata) in cambio di un impegno sul trattato globale di lungo periodo che sia legalmente vincolante. Circola nei corridoi anche una voce, che sembra fondata, secondo la quale il Canada starebbe per presentare “disdetta” al protocollo di Kyoto che aveva ratificato (in base all’art. 27 dello stesso Protocollo). Probabilmente la “disdetta” verrà presentata nel caso in cui, nei prossimi giorni, si decida di proseguire il Protocollo di Kyoto con obblighi legalmente vincolanti. Gli Stati Uniti, invece, sulla base delle indiscrezioni trapelate in una Conferenza stampa di ieri pomeriggio, sembrerebbero orientati a prendere tempo, cioè a non prendere alcun impegno di alcun tipo, e a rimandare il tutto a dopo le prossime elezioni presidenziali (che ci saranno il 6 novembre del 2012) che, tra l’altro, coincidono anche con il rinnovo dei rappresentanti al Congresso ed al Senato. Che bell’inizio, no? Naturalmente (last, but not least) non potevano mancare i negazionisti: Climategate2 Un gruppo di hacker informatici ha diffuso tramite Internet 5mila email di scienziati del clima. Le mail sono parte di quelle sottratte all’Università dell’East Anglia nel 2009. Il contenuto delle email è stato ripreso da negazionisti dei cambiamenti climatici e scettici in un ultimo tentativo di screditare la scienza e ostacolare i negoziati Onu sul clima in programma Durban dal 28 novembre al 9 dicembre. Di recente, il rapporto Best finanziato da gruppi negazionisti ha dimostrato che addirittura gli scienziati un tempo scettici sul riscaldamento globale ne riconoscono ora l’evidenza. L’ennesimo tentativo di screditare la scienza del clima: Tim Gore, esperto di cambiamenti climatici di Oxfam, dichiara: “Le campagne dei negazionisti dei cambiamenti climatici, ben orchestrate e finanziate, cercano di deviare l’attenzione dai problemi reali. Bisogna evitare che ciò accada. I cambiamenti climatici stanno già rendendo la vita difficile a milioni di persone in tutto il mondo e potrebbero ridurre altri milioni in condizioni di fame e povertà se non si agisce subito. Ancora una volta la credibilità delle ricerche scientifiche sul clima resta intatta nonostante gli sforzi per screditarla”.
 
Onu, verso l'accordo sui gas serra ma i tagli sono 10 volte troppo bassi PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Giovedì 20 Dicembre 2012 12:29
 Da La Repubblica - DOHA  -  Unione europea, Australia, Svizzera e Norvegia firmeranno il "Kyoto 2", la seconda fase di impegni prevista dal protocollo siglato in Giappone nel 1997, ma la misura dei tagli dei gas serra nel periodo 2013  -  2020 sarà decisa il prossimo anno. Per l'accordo più ampio, che dovrà includere tutti i paesi, è confermata la corsa contro il tempo: l'intesa va raggiunta entro il 2015 e diventerà operativa dal 2020. Per il Fondo Verde, destinato ad aiutare i  paesi  più poveri nella transizione tecnologica verso un sistema produttivo a basso impatto ambientale, a Doha i paesi europei hanno messo sul tavolo 8 miliardi di euro: si dovrà arrivare a 100 miliardi all'anno entro il 2020.Sarà questa, con buona probabilità, la conclusione delle due settimane di discussione alla conferenza Onu sul clima. La trattativa andrà avanti ancora tutta la notte per affrontare i nodi ancora irrisolti: l'emendamento per dare immediata operatività al Kyoto 2; tempi e modi di alimentazione del Fondo Verde; lo sgonfiamento della bolla della "hot air", cioè delle riduzioni di emissione di CO2 frutto del collasso industriale del sistema sovietico conteggiate come voce positiva nel bilancio di alcuni paesi. Ma l'ossatura dell'accordo di Doha, a meno di un colpo di scena dell'ultimo momento, è sostanzialmente definita.Il negoziato ha retto a un duro colpo: dal protocollo di Kyoto si sono sfilati Canada, Russia e Giappone. Il drappello che resta è responsabile di un pacchetto di emissioni serra pari al 15 per cento del totale. La sopravvivenza del trattato del 1997 ha dunque ormai soprattutto un valore simbolico, rappresenta il filo di continuità della lunga trattativa per difendere il clima che conosciamo.La vera partita è l'intesa globale, e su questo fronte i giochi sono appena iniziati. "Dobbiamo fare in fretta perché il cambiamento climatico sta arrivando velocemente, molto più velocemente di quello che ci si poteva aspettare", ha dichiarato il segretario Onu Ban ki-Moon. Al momento però i numeri comunicati dagli Stati come obiettivi di riduzione consentono di arrivare a un taglio delle emissioni serra che è meno di 10 volte quello che i climatologi delle Nazioni Unite considerano necessario per garantire la sicurezza di tutti.Secondo il rapporto Unep (il Programma ambiente dell'Onu), per mantenere il riscaldamento sotto i 2 gradi le emissioni dei vari gas serra (misurati in  termini di equivalenza all'anidride carbonica) devono scendere a 44 miliardi di tonnellate entro il 2020: oggi siamo già a circa 50 miliardi e senza interventi nel 2020 arriveremmo a 58 miliardi. Le riduzione annunciate valgono appena 1 miliardo di tonnellate. "E' difficile che il salto necessario venga fatto in assenza di misure di riequilibrio del mercato che consentano di includere nel prezzo parte dei danni prodotti dall'uso dei combustibili fossili: per questo si parla di carbon tax e di standard di efficienza", ha dichiarato il ministro dell'Ambiente Corrado Clini. Obiettivi che restano lontani  mentre l'onda d'urto dei disastri climatici si avvicina. Lo ha ricordato, tra le lacrime, il delegato delle Filippine parlando del tifone che ha sconvolto il suo paese: "Basta ritardi, basta scuse. Lancio un appello a tutto il mondo: aprite gli occhi e guardate in faccia la realtà". 
 
Italia: in discarica finisce ancora il 50% dei rifiuti PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Sabato 15 Dicembre 2012 16:06
Dal Corriere della Sera - In Italia, purtroppo, il primato spetta ancora alla vecchia e cara (nel senso di costosa) discarica. È proprio qui che finiscono circa la metà dei rifiuti urbani prodotti (il 49%), ovvero ben 15 milioni di tonnellate ogni anno. Nel Mezzogiorno la situazione è ancora più negativa con quasi tutte le regioni che superano ampiamente il 60%, fino al record negativo del 93% della Sicilia. Molti di meno sono i rifiuti che trovano nuova vita: viene recuperato solo il 33%, un modesto risultato rispetto alla media europea del 42%. Peggio di noi solo Portogallo (19%) e Grecia (18%). ANCORA MOLTA STRADA DA FARE - Non sono certo confortanti i dati che emergono dal rapporto annuale L’Italia del riciclo, promosso da Fise Unire (associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Dimostra quanto ancora resti da fare al nostro Paese per raggiungere le medie europee. È ancora ampio, infatti, il divario che ci separa dai Paesi che presentano migliori performance nel recupero di rifiuti urbani, come Austria (70%), Germania e Belgio (62%), Paesi Bassi (61%), Svezia (50%) e Danimarca (42%). Questi sei Paesi europei, oltre a un elevato tasso di riciclo e a una quota significativa di recupero energetico, mostrano anche un altro dato in comune: smaltiscono in discarica tra lo zero e il 3% dei rifiuti. IN DISCARICA - In Italia, invece, è la Lombardia la Regione che si affida meno alla discarica (8%). Seguono, con un bel distacco, il Friuli (14%) e il Veneto (15%). Sono ben nove, invece, le Regioni ricorrono alla discarica per smaltire oltre il 60% dei propri rifiuti (Liguria, Umbria, Marche, Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) e diventano dieci, con la Campania, che invia i rifiuti in altre zone d’Italia o all’estero. «Tutto ciò dimostra come l’Italia abbia una gestione poco virtuosa dei suoi rifiuti», spiega Edo Ronchi, residente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. «E uno dei motivi principali di questa situazione è la bassa tassazione sullo smaltimento in discarica (15 euro a tonnellate in Italia contro le 40 in Germania). Occorre dare effettiva priorità al riciclo, così come ci chiede l’Europa». LAZIO E LOMBARDIA - Il Lazio, con oltre 2,5 milioni di tonnellate, è la regione che smaltisce in discarica la maggiore quantità di rifiuti urbani, pari al 74% di quelli prodotti. E che spende di più: «Il riciclo nel Lazio è fermo al 17,8% e il costo dello smaltimento in discarica è il più alto in Italia: 196 euro all'anno per abitante», aggiunge Ronchi. «Dati ben lontani dalla Lombardia che ha la miglior perfomance con il 47,4% di rifiuti avviati al riciclo e il costo di 124 euro a persona per lo smaltimento in discarica». «Questi dati dimostrano quello che noi diciamo da tempo: la raccolta differenziata non fa aumentare i costi di gestione dei rifiuti», sottolinea Rosanna Laraia di Ispra. COMPOSTAGGIO - Le cattive notizie per il nostro Paese non si fermano qui: secondo il rapporto L’Italia del riciclo, recuperiamo sotto forma di materia solo il 20% dei rifiuti (escluso il compostaggio), contro una media europea del 26%; anche il compostaggio e il recupero energetico si mantengono sotto la media del «vecchio continente», rispettivamente al 13% (in Europa al 16%) e al 18% (29% in Europa). RICICLO DI IMBALLAGGI - In questo scenario critico, nel 2011 l’industria italiana del riciclo degli imballaggi si è mantenuta su buoni livelli sia per quantitativi, pari a 7,5 milioni di tonnellate (+2% sul 2010), sia per tasso di riciclo, stabile al 64%: crescono carta (+3%), plastica (+4%) e vetro (+7%), in calo acciaio (-1%), alluminio (-13%) e legno (-5%). Dati in linea con il rapporto Il riciclo ecoefficiente, presentato la scorsa settimana a Bruxelles e da cui emerge come l'Italia con 33 milioni di tonnellate sia seconda solo alla Germania per il riciclo delle materie seconde (gli scarti della lavorazione industriale) e che l'intero comparto sia una componente chiave della green economy europea con oltre 500 mila occupati. «Il riciclo dei rifiuti», dice Corrado Scapino, presidente di Unire, «costituisce una delle priorità strategiche per lo sviluppo della green economy. Gli obiettivi di riciclo europei sono, per alcune filiere, ancora lontani e per raggiungerli è necessario che oggi le strategie di crescita industriale nazionale si coniughino con lo sviluppo sostenibile, evitando politiche ambientali miopi e strumentali che rischierebbero solo di frenare ulteriormente lo sviluppo dell’industria del recupero».
 
"Artico e Antartico si squagliano", nessun dubbio dopo 30 anni di misure PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Lunedì 03 Dicembre 2012 15:51
Da La Repubblica - LE CALOTTE polari si assottigliano, e dal 1992 a oggi hanno contribuito per almeno il 20% alla risalita del livello marino globale. A dirlo è un team internazionale di una quarantina di esperti appartenenti a diverse accademie (EU, Stati Uniti, Australia) ed istituti di ricerca (NASA, British Antarctic Survey, ESA), che mettono fine ad un vent'ennio di discussioni sullo stato delle calotte polari. E se qualcuno ancora dubita che l'Antartide ha perso più ghiaccio di quanto ne abbia guadagnato, mostrategli questo articolo, secondo gli studiosi infatti non c'è alcun dubbio che bilancio di massa (cioè la differenza tra il ghiaccio che se ne va e quello che si forma) del polmone bianco del pianeta sia negativo. Per produrre una visione d'insieme della salute dei poli gli scienziati hanno analizzato metodi, dati, e tecnologie differenti impiegati in più di trent'anni di ricerche. Il disgelo delle calotte ha un importante influsso sulla risalita del livello marino. LE IMMAGINIPiù di vent'anni di studi, riuniti. Le calotte polari si stanno liquefando, e questo gli esperti lo dicono da anni. Ma studi discordanti hanno indotto alcuni a pensare che il bilancio globale non fosse poi tanto negativo o, addirittura e seppur di poco, positivo. Da qualche decennio giungono infatti informazioni contraddittorie: la Groenlandia si squaglia a ritmi velocissimi, l'Antartide forse no, anzi da una parte il ghiaccio aumenta, ma da un'altra la fusione galoppa. Molti gli studi, talvolta contraddittori, e che rendevano il quadro dello stato dei poli poco chiaro (del resto non poteva essere diversamente visto che parliamo di continenti e non di valli alpine). Shepherd spiega che grazie ai satelliti artitificiali lanciati in orbita per uso scientifico "dal 1992 ad oggi sono state compiute almeno 29 misurazioni del bilancio di massa delle calotte polari". Il problema è che i risultati degli studi compiuti finora oscillavano tra 676 gigatonnellate di ghiaccio in meno a 69 gigatonnellate di ghiaccio in più all'anno. E questo generava confusione.I dati dunque ci sono e a mettere ordine in mezzo a questa montagna di informazioni ci ha pensato il team guidato da Andrew Shepherd della Università di Leeds (Gran Bretagna). I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science. Per diradare le nebbie e vederci chiaro il team ha ripreso la gigantesca mole di dati e li ha confrontati tra loro, armonizzando diversi sistemi e informazioni. Per farlo gli esperti hanno dovuto riconciliare i dati ricavati da 32 anni di misure terrestri e venti anni di misurazioni satellitari di altimetria (variazioni nella altitudine dei ghiacciai), interferometria (una tecnologia che sfrutta l'interferenza tra onde elettromagnetiche ed è impiegata soprattutto per monitorare il movimento delle calotte) e gravimetria (misure delle variazioni della gravità terrestre).Lo stato delle calotte polari. Gli autori dello studio sostengono che tra il 1992 ed il 2011 le calotte groenlandese e antartica hanno contribuito, insieme, ad almeno 11.1 millimetri alla risalita del livello marino (il 20% dell'aumento globale). In quel periodo la calotta antartica ha riversato in mare 1320 gigatonnellate di ghiaccio fuso, mentre quella groenlandese ne ha versate ben 2940. Le due calotte si sciolgono ad un ritmo tre volte più rapido di quanto avvenisse negli anni novanta. La Groenlandia da sola perde ghiaccio ad una rapidità 5 volte maggiore oggi che negli anni novanta.I ricercatori precisano che il continente antartico presenta vistose differenze. Per esempio la porzione orientale della calotta mostra un leggero aumento della massa di ghiaccio. Ma la Penisola Antartica, quel lembo del continente che si spinge fino quasi a toccare le coste di Cile ed Argentina, e la Calotta Occidentale, continuano inesorabilmente a rilasciare acqua liquida negli oceani.In futuro le calotte potrebbero assottigliarsi più rapidamente, avverte Shephard: "l'aumento della temperatura degli oceani, anche se modesto, e la presenza di correnti più calde potrebbero innescare un aumento del disgelo delle lingue di ghiaccio che si tuffano dalla terraferma in mare e il disintegrarsi della banchisa". Ma le modalità di questo processo sono ancora tutte da capire.
 
Emissioni gas Serra, le pagelle a Doha. L'Italia va, ma le strategie frenano i progressi PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Lunedì 03 Dicembre 2012 15:48
Da La Repubblica - DOHA  - Nessun paese promosso. Nessun governo che abbia varato politiche energetiche capaci di garantire la sicurezza climatica. Per questo i primi tre posti della classifica redatta da Germanwatch, l'associazione che alla conferenza Onu di Doha ha dato le pagelle sulle emissioni serra, restano vuoti. Ma la top ten di chi comunque è sulla buona strada è dominata dall'Europa. E l'Italia, anche se non rientra nel drappello di testa, fa un notevole sprint che le permette di risalire alla 21° posizione (5 anni fa era al 48° posto).La classifica è basata sul Climate Change Performance Index che prende in considerazione quattro fattori: il livello delle emissioni, che pesa per il 30% dell'indice complessivo; il trend delle emissioni nei principali  settori (elettrico, industria, costruzioni, trasporti, abitazioni), che pesa per il 30%; l'uso di energia rinnovabile, che pesa per il 10%; l'efficienza energetica, che pesa per il 10%; le politiche per il clima, che pesano per il 20%.Con questi indicatori la Danimarca si piazza al primo posto, la Svezia al secondo e il Portogallo (che nella crisi non ha ceduto sulle politiche climatiche e ha investito sull'eolico) al terzo. Seguono Svizzera, Germania, Irlanda, Regno Unito, Malta, Ungheria.Su 61 paesi presi in esame gli Stati Uniti si piazzano al 43° posto, in risalita (ma con il 4,5% della popolazione mondiale sono responsabili del 16,3% delle emissioni serra). La Cina al 54°, anche lei in risalita per il miglioramento nell'efficienza energetica (con il 19,7% della popolazione mondiale è responsabile del 21,4% delle emissioni serra) . Agli ultimi 4 posti troviamo il Canada (che ha putato sulle sabbie bituminose e sull'abbandono del protocollo di Kyoto), in caduta progressiva; il Kazakistan, l'Iran e l'Arabia saudita.I progressi dell'Italia sono dovuti in parte alla recessione che ha fatto scendere le emissioni, ma soprattutto a due fattori: il ruolo importante giocato dalle rinnovabili e l'incremento dell'efficienza energetica grazie a strumenti come gli sgravi fiscali per le ristrutturazioni della casa in senso ambientale.Ora però la strada per il nostro paese diventa in salita. "Purtroppo proprio quando sembrava che la partita potesse essere vinta è arrivata la Strategia energetica nazionale voluta dal ministero dello Sviluppo economico", commenta Mauro Albrizio, di Legambiente. "Questa strategia rischia di essere il colpo di grazia sul rilancio della green economy: invece di puntare decisamente sull'efficienza e sulla spinta finale verso la grid parity per le rinnovabili torna a premiare i combustibili fossili con l'obiettivo di nuove trivellazioni".Rallentare la spinta verso l'innovazione rischierebbe di vanificare un percorso che ha permesso a tutti i paesi dell'Unione europea - inclusa l'Italia  -  di vedere un aumento del Pil, tra il 1990 e il 2001, del 48%  a fronte di una diminuzione del 17,5% delle emissioni di anidride carbonica. Un dato su cui ha inciso la crisi economica, ma che rappresenta comunque un'indicazione per far ripartire il motore dell'economia innescando la marcia della competitività.
 
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