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Ambiente, in Italia consumati 8 metri quadrati di suolo al secondo PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Lunedì 11 Febbraio 2013 09:17
Da La Repubblica - Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto a una media di 8 metri quadrati al secondo e la serie storica dimostra che si tratta di un processo che dal 1956 non conosce battute d'arresto. Si è passati dal 2,8 per cento del 1956 al 6,9 del 2010, con un incremento di 4 punti percentuali. In altre parole, sono stati consumati in media oltre 7 metri quadrati al secondo per più di 50 anni. Sono questi i risultati dell'indagine Ispra che ricostruisce l'andamento, dal 1956 al 2010, del consumo di suolo in Italia. Il fenomeno è stato più rapido negli anni '90, periodo in cui si sono sfiorati i 10 metri quadrati al secondo, ma il ritmo degli ultimi cinque anni si conferma comunque accelerato, con una velocità superiore agli 8 metri quadrati al secondo. Questo vuol dire che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze. In termini assoluti, l'Italia è passata da poco più di 8.000 chilometri quadrati di consumo di suolo del 1956 a oltre 20.500 nel 2010, un aumento che non si può spiegare solo con la crescita demografica: se nel 1956 erano irreversibilmente persi 170 metri quadrati per ogni italiano, nel 2010 il valore raddoppia, passando a più di 340 metri quadrati. Il lavoro dell'Ispra analizza i valori relativi alla quota di superficie "consumata" incluse aree edificate, coperture del suolo artificiali (cave, discariche e cantieri) e tutte le aree impermeabilizzate, non necessariamente urbane (infrastrutture). Escluse, invece, le aree urbane non coperte da cemento e non impermeabilizzate.Nel 1956 la graduatoria delle regioni più cementificate vede la Liguria, superare di poco la Lombardia con quasi il 5 per cento di territorio sigillato, distaccando - Puglia a parte  (4 per cento) - tutte le altre. La situazione cambia drasticamente nel 2010: la Lombardia, superando la soglia del 10 per cento, si posiziona in vetta alla classifica, mentre quasi tutte le altre regioni (14 su 20) oltrepassano abbondantemente il 5 per cento di consumo di suolo. In base ai dati omogenei e disponibili a livello europeo - ma di minor dettaglio rispetto a quelli nazionali - riportati dal rapporto  "Overview on best practices for limiting soil sealing and mitigating its effects", presentato per la prima volta in Italia dalla Commissione Europea durante il convegno Ispra, circa il 2,3 per cento del territorio continentale è ricoperto da cemento. Dai 1.000 chilometri quadrati stimati nel 2011 dalla Commissione europea - estensione che supera la superficie della città di Berlino - circa 275 ettari al giorno (1990 e il 2000), si è passati ai 920 chilometri quadrati l'anno (252 ettari al giorno) in soli 6 anni (2000 - 2006). Il risultato è che nel 2006 ogni cittadino dell'Ue consuma 390 metri quadrati di suolo, vale a dire 15 metri quadrati in più rispetto al 1990. Di questi 390 metri quadrati, circa 200 sono effettivamente impermeabilizzati - coperti da cemento o asfalto - per un totale di 100.000 km (2,3%). L'Italia, con il 2,8 per cento di suolo consumato, risulta oltre la media europea (2006). L'impermeabilizzazione di per sè, ricorda l'Europa, diminuisce molti degli effetti benefici del suolo. Ad esempio, riducendo l'assorbimento di pioggia - in casi estremi impedendolo completamente - si avranno una serie di effetti diretti sul ciclo idrologico e indiretti sul microclima, producendo un aumento del rischio inondazioni. Non a caso il Reno, uno dei maggiori fiumi d'Europa, ha perso, 4/5 delle sue pianure alluvionali naturali e Londra il 12 per cento dei suoi giardini in soli 10 anni, sostituiti da circa 2.600 ettari di manto stradale. Ancora, impermeabilizzando un ettaro di suolo di buona qualità con elevata capacità di ritenzione idrica (4.800 metri cubi), si riduce in modo significativo anche l'evapotraspirazione. L'energia necessaria per far evaporare quella quantità di acqua, equivale al consumo energetico annuo di circa 9.000 congelatori, quasi 2,5 milioni di kWh. In termini economici, supponendo che l'energia elettrica costi 0,2 Eur/kWh, un ettaro di suolo impermeabilizzato comporterebbe una perdita di quasi 500mila euro. Inoltre, l'espansione urbana e la cementificazione delle aree agricole pongono problemi anche sulla sicurezza e l'approvvigionamento alimentare. Tra il 1990 e il 2006, 19 Stati membri hanno perso una capacità di produzione agricola complessiva pari a 6,1 milioni di tonnellate di frumento (l'1 per cento del loro potenziale agricolo, circa 1/6 del raccolto annuale in Francia, il maggior produttore d'Europa). Numeri tutt'altro che insignificanti visto che, per compensare la perdita di un ettaro di terreno fertile in Europa, servirebbe la messa in uso di un'area dieci volte maggiore.
 
Italia primo paese 'plastic free', atto definitivo approvato in Senato PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Mercoledì 06 Febbraio 2013 07:39
E' stato dato parere positivo al decreto attuativo del ministero dell'Ambiente che stabilisce definitivamente le caratteristiche tecniche degli shopper consentiti, escludendo ogni possibilità di ricorso ad additivi chimici di qualsiasi genere, e con il quale scattano i termini e i tempi per comminare le sanzioni a chi intende continuare ad inquinare con i sacchetti fatti con la vecchia plastica.
 
Usa, allarme per le fiamme dei pozzi petroliferi: "Spreco enorme di risorsa sempre più preziosa" PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Lunedì 04 Febbraio 2013 10:45
Da La Repubblica - LA FOTO da satellite è impressionante: gli Stati Uniti sono rischiarati in piena notte dal bagliore delle fiamme che si alzano dagli impianti di oil gas, il petrolio ottenuto con una nuova tecnologia basata sulla frantumazione delle rocce in profondità. La denuncia è stata ripresa oggi con evidenza dal Financial Times che sintetizza i numeri che creano l’allarme. Secondo le valutazioni della Banca Mondiale, negli ultimi 5 anni è quintuplicato il volume del gas, sprigionato durante l’estrazione del petrolio, che non viene utilizzato ma bruciato dalle torce per motivi di sicurezza. Per avere un’idea delle dimensioni di questo colossale spreco basta pensare che il gas inutilmente bruciato nel cuore dell’America sarebbe sufficiente ad alimentare tutte le case di Chicago e Washington.Uno sperpero che ha riflessi pesanti sull’ambiente. Finora gli Stati Uniti hanno difeso il nuovo sistema di sfruttamento degli idrocarburi con due motivazioni. La prima è che in questo modo gli States puntano a sorpassare l’Arabia Saudita come produttore. La seconda è che l’olio e il gas ottenuti frantumando le rocce permettono di fare a meno del carbone (il combustibile fossile con maggior impatto serra) migliorando il profilo energetico del Paese. Ma ora il secondo punto viene meno. Per tre motivi. Il primo è che il carbone estratto in  America continua ad essere usato perché viene in buona parte esportato. Dunque l’effetto serra prodotto dal suo impiego non è evitato: a danno si aggiunge danno.Il secondo motivo è stato evidenziato alla conferenza sul clima di Doha da Tom Galdtooth, dell’Indigenous Environmental Network che raggruppa 250 mila persone divise in 150 comunità: le tecniche  del fracking (hydraulic fracturing), con la perforazione in profondità che spara vapore ad altissime temperature per sciogliere le rocce, provocano l’inquinamento delle falde idriche che mette a rischio la sicurezza di 15 mila persone solo nell’area al confine tra Stati Uniti e Canada.“Nella nostra cultura tradizionale utilizzavamo le sabbie bituminose come sigillante per le canoe”, racconta Tom Galdtooth. “Adesso si usa un’enorme quantità di calore e di acqua per separare il petrolio dalla sabbia usando agenti chimici che inquinano il terreno e l’acqua. Tra l’altro servono 5 barili di acqua per 1 barile di greggio estratto: uno spreco enorme di una risorsa sempre più preziosa”. Il terzo motivo viene ora alla luce con la denuncia sull’enorme quantità di gas indesiderato che è bruciato emettendo altri gas serra che minano l’equilibrio climatico del pianeta. “Sono tecniche pericolose: in Francia hanno deciso di proibirle e molti altri paesi europei guardano con preoccupazione al fracking”, commenta Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. “All’elenco dei danni certi va poi aggiunto un sospetto avanzato in alcuni studi scientifici: le perforazioni che sparano con grande violenza getti di vapore in profondità potrebbero contribuire all’aumento dei fenomeni sismici”.
 
Land grabbing: più del neocolonialismo, devastante per l'ambiente PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Martedì 29 Gennaio 2013 11:31
Dal Corriere della Sera - Con il termine land grabbing, ufficializzato nel 2011 dallaInternational Land Coalition, viene indicata la versione moderna di un fenomeno antico: il colonialismo, ovvero l’acquisizione per pochi spiccioli, da parte di Paesi ricchi, di terreni fertili (e delle relative risorse) situati in nazioni povere. Unostudio recentemente pubblicato su Pnasanalizza il problema, per la prima volta, dal punto di vista agro-idrologico: misura cioè il rapporto tra i terreni acquisiti e la quantità d’acqua necessaria alla loro coltivazione estensiva.POCO INCORAGGIANTE - Il quadro che ne risulta è poco incoraggiante. Per comprendere il processo può essere utile ricordarne i presupposti. Da una decina d’anni a questa parte, la domanda globale di generi alimentari e biocarburanti registra una crescita costante. Paesi ricchi che però non hanno terre coltivabili e acqua (come l’Arabia Saudita), o che contano su un’alta densità di popolazione (come il Giappone), o che vedono crescere la domanda intera di beni di vario tipo (come la Cina) hanno cominciato da tempo a investire nell’acquisto o nell’affitto a lungo termine di terreni all’estero. Molti terreni: in Madagascar, a titolo di esempio, la metà dei terreni agricoli del Paese (1.300.000 ettari) è stata comperata dalla Corea del Sud, e verrà destinata alla coltura di mais e palme da olio. Per comprare un terreno, non si interpella chi ci vive: molto spesso, soprattutto nei contesti più poveri, gli abitanti non posseggono atti di proprietà o documenti di alcun tipo. La cessione del suolo e delle risorse a esso legate viene decisa nella maggior parte dei casi a livello governativo. Qualsiasi estensione di terra non ufficialmente posseduta può essere ceduta all’acquirente, che trova nel land grabbing un sistema economico e remunerativo per accedere a nuove risorse naturali, e di garantirsi così altro cibo e altra e altra energia.«GRABBATI» E «GRABBATORI» - «Per la nostra analisi», spiega Cristina Rulli, docente al Politecnico di Milano e coautrice dell’articolo, «siamo partiti dalla creazione di undatabase che registra i terreni acquistati. Il fenomeno del land grabbing interessa tutti i continenti, ad esclusione dell’Antartide. Il 47% degli Stati “grabbati” si trova in Africa e il 33% in Asia. Quarantuno sono i “grabbatori” e 62 i “grabbati”; tra questi ultimi, 24 costituiscono il 90% del totale dei territori ceduti. Abbiamo poi considerato 470 terreni, ognuno dei quali ospita più di una coltura, e abbiamo stimato, attraverso un modello matematico, la quantità d’acqua necessaria per il loro mantenimento. Il risultato? La certezza che il terreno è sì importante, ma ancor di più lo è la risorsa idrica lì presente. Tutto quello che viene prodotto deriva dall’acqua: nel momento in cui questa risorsa viene sfruttata, soprattutto in aree dove già si registra una diffusa malnutrizione, la situazione si aggrava».ACQUA E TERRA - Il problema è di quelli complicati. Come succede con altre materie prime, chi ci guadagna, oltre ai compratori, sono i governi locali, che cedono intere regioni a prezzi irrisori (un ettaro di terreno, in alcune aree, può costare 1-2 dollari all’anno), talmente a buon mercato da rendere convenienti gli investimenti stranieri anche in zone prive di qualsiasi infrastruttura, o politicamente instabili. Una volta venduto, il venditore si disinteressa dell’uso che del terreno viene fatto: non esiste tutela sociale o ambientale di sorta, e il terreno può essere inquinato, inaridito o genericamente esaurito di qualsiasi risorsa.COME LA CONQUISTA DEL WEST - Le comunità locali vengono di sovente scacciate; nei casi più fortunati i nativi del luogo possono essere assunti come braccianti nei nuovi impianti. José Graziano da Silva, direttore della Fao, haparagonato recentemente il land grabbing in Africa alla conquista del selvaggio West, eppure sembra difficile anche solo l’ipotesi di arginare il fenomeno. «La popolazione sta aumentando», dichiara Rulli. «Popolazioni molto numerose stanno migliorando la loro alimentazione, e richiedono carne, un prodotto più esigente dal punto di vista idrico; il clima ci porta di fronte alla siccità. Quello della food security e della water security è un problema su scala globale, che va risolto globalmente. Certo non possiamo pensare di togliere agli uni per dare agli altri. La sfida, ora, è trovare una politica win-win».                «GRABBATI» E «GRABBATORI» - «Per la nostra analisi», spiega Cristina Rulli, docente al Politecnico di Milano e coautrice dell’articolo, «siamo partiti dalla creazione di undatabase che registra i terreni acquistati. Il fenomeno del land grabbing interessa tutti i continenti, ad esclusione dell’Antartide. Il 47% degli Stati “grabbati” si trova in Africa e il 33% in Asia. Quarantuno sono i “grabbatori” e 62 i “grabbati”; tra questi ultimi, 24 costituiscono il 90% del totale dei territori ceduti. Abbiamo poi considerato 470 terreni, ognuno dei quali ospita più di una coltura, e abbiamo stimato, attraverso un modello matematico, la quantità d’acqua necessaria per il loro mantenimento. Il risultato? La certezza che il terreno è sì importante, ma ancor di più lo è la risorsa idrica lì presente. Tutto quello che viene prodotto deriva dall’acqua: nel momento in cui questa risorsa viene sfruttata, soprattutto in aree dove già si registra una diffusa malnutrizione, la situazione si aggrava».ACQUA E TERRA - Il problema è di quelli complicati. Come succede con altre materie prime, chi ci guadagna, oltre ai compratori, sono i governi locali, che cedono intere regioni a prezzi irrisori (un ettaro di terreno, in alcune aree, può costare 1-2 dollari all’anno), talmente a buon mercato da rendere convenienti gli investimenti stranieri anche in zone prive di qualsiasi infrastruttura, o politicamente instabili. Una volta venduto, il venditore si disinteressa dell’uso che del terreno viene fatto: non esiste tutela sociale o ambientale di sorta, e il terreno può essere inquinato, inaridito o genericamente esaurito di qualsiasi risorsa.COME LA CONQUISTA DEL WEST - Le comunità locali vengono di sovente scacciate; nei casi più fortunati i nativi del luogo possono essere assunti come braccianti nei nuovi impianti. José Graziano da Silva, direttore della Fao, haparagonato recentemente il land grabbing in Africa alla conquista del selvaggio West, eppure sembra difficile anche solo l’ipotesi di arginare il fenomeno. «La popolazione sta aumentando», dichiara Rulli. «Popolazioni molto numerose stanno migliorando la loro alimentazione, e richiedono carne, un prodotto più esigente dal punto di vista idrico; il clima ci porta di fronte alla siccità. Quello della food security e della water security è un problema su scala globale, che va risolto globalmente. Certo non possiamo pensare di togliere agli uni per dare agli altri. La sfida, ora, è trovare una politica win-win».
 
Amazzonia, in ginocchio per il clima un'area grande due volte la California PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Lunedì 28 Gennaio 2013 12:07
Da La Repubblica - L'allarme rosso è scattato un'area grande quanto due volte la California. Da tempi. Lì, nella foresta pluviale amazzonica si stanno evidenziando i primi chiari segni di degrado ambientale dovuti ai cambiamenti climatici. A certificarlo, forti delle osservazioni satellitari, è l'agenzia spaziale americana secondo la quale è questa l'area che ha patito fortemente una siccità iniziati otto anni fa.Le cifre non ammettono interpretazioni, sono quelle di un nuovo studio che mostra come la gravissima carenza d'acqua che si verificò nel 2005 ha causato danni molto maggiori di quelli stimati preventivamente dagli studiosi e che il suo impatto dura più a lungo di quanto supposto, aggravato ulterioremente da un'altra siccità nel 2010.In pratica l'intervallo di tempo tra i due episodi di siccità - come rilevano i dati raccolti dai satelliti - è stato troppo breve per consentire alla flora di riprendersi, danneggiando 70 milioni di ettari di foresta.  "Tutto ciò potrebbe alterare la struttura e le funzioni degli ecosistemi pluviali della foresta amazzonica", ha avvertito Sassan Saatchi del laboratorio Jet populsion della Nasa.
 
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