Le Cene di Miros

Meteo Donnalucata

Home
MIROS Associazione Culturale - Scicli
Ghiacciai: in 60 anni persi oltre 150 chilometri quadrati PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Mercoledì 18 Giugno 2014 15:04
In poco meno di 60 anni abbiamo perso il lago di Como, e ora ci resta solo il lago di Garda. Completamente sparito il Lario, non c’è più. Spiegazione: i ghiacciai italiani dalla metà degli anni Cinquanta hanno perso 151 chilometri quadrati, una superficie che corrisponde quasi alla perfezione con quella del lago di Como. Attualmente i ghiacciai italiani (tutti alpini eccetto il piccolissimo ghiacciaio del Calderone sul Gran Sasso in Abruzzo) coprono una superficie di 368 km², che è pari alla superficie del lago di Garda.shadow carouselI ghiacciNuovo catastoI dati sono emersi alla presentazione del Nuovo catasto dei ghiacciai italiani, risultato di sette anni di lavoro multidisciplinare, realizzato dall’Università degli Studi di Milano con il contributo di Levissima, in collaborazione con l’associazione Everest-K2-Cnr e del Comitato glaciologico italiano. «Sembra strano, ma il numero dei corpi glaciali in 60 anni è aumentato: siamo passati da 824 agli 896 di oggi», ha spiegato Claudio Smiraglia, professore ed esperto di glaciologia dell’Università degli studi di Milano e capo del progetto del nuovo catasto dei ghiacciai italiani. «In apparenza è una buona notizia, ma non lo è. Non si tratta di nuovi ghiacciai, ma di quelli già presenti che si stanno frantumando a causa del ritiro e dello scioglimento della massa ghiacciata».Piccoli e frammentatiIl ritiro dei ghiacciai, non solo quelli alpini, è un dato di fatto e le foto scattate nel passato rispetto a quelle attuali ne sono una dimostrazione evidente. «Inoltre rispetto a quelli del versante settentrionale delle Alpi, quelli del versante sud sono piccoli», aggiunge Smiraglia. «Soltanto tre - il Miage in Valle d’Aosta, i Forni in Lombardia e il complesso Adamello-Mandrone tra Lombardia e Trentino, il più grande di tutti - superano i 10 km² di superficie». Il ghiacciaio dell’Adamello-Mandrone nel recente catasto ha tolto il primato a quello dei Forni, che finora era indicato come il ghiacciaio nazionale più esteso. Non perché si sia ingrandito, ma perché il nuovo catasto, seguendo anche le più recenti indicazioni della glaciologia internazionale, ha modificato la classificazione che in precedenza suddivideva il ghiacciaio dell’Adamello-Mandrone. «La toponomastica e come chiamare i nuovi ghiacciai hanno comportato un problema ulteriore in uno studio già complicato», ha detto il glaciologo.Diventano neri«I ghiacciai non solo stanno ritirandosi, ma stanno cambiando sotto i nostri occhi», chiarisce Smiraglia. «Stanno diventando neri a causa dell’accumulo di polveri in superficie e dell’aumento dei detriti che dai versanti cadono sulle lingue glaciali. Questi ultimi potrebbero ridurre i ritmi di fusione, mentre le polveri - naturali e antropiche - trattengono il calore e potrebbero far aumentare lo scioglimento». Negli ultimi due inverni le nevicate sull’arco alpino sono state abbondanti, ma non basta per recuperare tutta la massa glaciale sciolta negli ultimi anni. «Occorrerebbero almeno dieci anni consecutivi di inverni molto nevosi e di estati fresche», ammette Smiraglia.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Giugno 2014 15:16
 
8.500 morti in meno grazie alla mela I decessi che si potrebbero evitare grazie al frutto PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Giovedì 19 Dicembre 2013 10:26
dal Corriere della Sera - MILANO - L’ennesimo studio sui poteri prodigiosi della mela è stato promosso dagli scienziati dell’Università di Oxford e sostiene che tra infarti e ictus si potrebbero evitare ben 8.500 morti all’anno grazie a questo frutto quasi magico. La novità non sta nel sostenere che le mele facciano bene, ma nel fatto che qualcuno si sia messo a contarne gli effetti benefici in termini di decessi evitati, paragonando l’effetto sulla salute cardiovascolare di una dieta che ne contenga almeno una al giorno a quello dell’assunzione di farmaci.AN APPLE A DAY - I vantaggi sarebbero infatti quasi comparabili a quelli forniti dalla statina, in grado di salvare 9.400 persone annualmente da ictus e infarti. Logico poi che nel caso di over cinquantenni il mantra “an apple a day” avrebbe ancora più ragioni di esistere, considerato l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari con l’età. Gli scienziati hanno utilizzato dei modelli matematici e considerato una vasta mole di dati da precedenti studi. Successivamente nell’analisi sono partiti dall’ipotesi che almeno sette volontari su dieci rispettassero il suggerimento del proverbio e hanno poi paragonato l’impatto dei farmaci con quello della frutta e in particolare del pomo.MA LA GENTE NON ASCOLTA - Adam Briggs, a capo della British Heart Foundation Health Promotion Research Group della Oxford University, spiega le tante e trasversali implicazioni del proprio studio, evidenziando anche che dalle statistiche emerge purtroppo che solo un terzo della popolazione britannica ascolta i buoni consigli a proposito delle porzioni raccomandate di frutta. Ma se l’opinione pubblica si sensibilizzasse sui poteri equivalenti dell’approccio nutrizionale rispetto a quello farmaceutico forse la dieta apple-friendly potrebbe finalmente avere una diffusione significativa.LA MELA E LA STATINA – Gli effetti proverbiali delle mele sulla salute sono noti da tempo: hanno proprietà antiossidanti e favoriscono la motilità intestinale, combattono l’invecchiamento della pelle e soprattutto sono amiche della salute cardiovascolare, contribuendo grazie ai flavonoidi a tenere sotto controllo il colesterolo Ldl, responsabile di malattie cardiovascolari, e a innalzare i livelli di quello Hdl, che ha invece proprietà protettive. I farmaci appartenenti alla classe delle statine sono stati invece studiati in molte ricerche cliniche, dimostrando la loro efficacia nel ridurre i tassi di colesterolo e la mortalità cardiaca. Il messaggio dello studio britannico va oltre il proverbio sulle mele e vuole sottolineare come una dieta ricca di verdure e frutta fresca abbia poteri che non hanno nulla da invidiare al potere dei farmaci e che anzi, in presenza di un regime dietetico corretto, li renderebbero inutili o comunque superflui. E poi la mela, diversamente dalla statina, non ha alcun effetto collaterale.
 
Gli alberi in città riducono anche le polveri sottili PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Giovedì 19 Dicembre 2013 10:24
Dal Corriere della Sera - Certo, le piante sono essenziali per la nostra vita e per quella degli altri esseri viventi presenti sulla Terra, non fosse altro perché, come tutti sanno, ci forniscono l’ossigeno e sottraggono dall’aria l’anidride carbonica. Ora una ricerca americana ha focalizzato l’attenzione su un altro aspetto: l’efficacia del verde urbano nell’eliminare dall’aria che respiriamo le polveri sottili. È stata condotta nelle principali città statunitensi dal U.S. Forest Service e dal Davey Institute, ed è il primo sforzo per stimare l’impatto complessivo del verde urbano sulle concentrazioni del particolato fine inquinante (inferiore ai 2,5 micron, o Pm2,5).POLVERI SOTTILI - Le polveri sottili atmosferiche hanno effetti gravi sulla salute: non solo infiammazioni polmonari ma anche accelerata aterosclerosi e alterazioni delle funzioni cardiache, compresa una mortalità precoce. «Oltre l'80 per cento degli americani vivono in aree urbane che nel complesso contengono circa 40 milioni di ettari di alberi», spiega Michael T. Rains, direttore della stazione di ricerca del servizio forestale. «Questo studio illustra chiaramente che i boschi urbani degli Stati Uniti sono investimenti di capitale, perché aiutando a produrre aria e acqua pura, riducono i costi energetici e rendendo la città più vivibile. Semplicemente le foreste urbane migliorano la vita».SALUTE E RISPARMI - La ricerca pubblicata daEnvironmental Pollution, ha preso in considerazione dieci città: Atlanta, Baltimora, Boston, Chicago, Los Angeles, Minneapolis, New York, Philadelphia, San Francisco e Syracuse (Stato di New York). La rimozione del Pm2,5 da parte degli alberi urbani è sostanzialmente inferiore rispetto al particolato di più grandi dimensioni (Pm10, inferiori ai 10 micron), ma le implicazioni sulla salute e sui costi sono molto più elevate. I ricercatori hanno usato il programma BenMAP dell'Agenzia di protezione ambientele Usa per stimare l'incidenza di effetti avversi sulla salute, come mortalità e morbilità, e associandola al valore monetario che deriva dai cambiamenti nelle concentrazioni di Pm2,5. La quantità totale di Pm2,5 rimossa annualmente dagli alberi varia dalle 4,7 tonnellate a Syracuse, alle 64,5 tonnellate di Atlanta, monetizzate in equivalenti valori annuali che variano da 1,1 milioni di dollari a Syracuse ai 60,1 milioni di dollari a New York. Per quanto riguarda New York si calcola che gli alberi salvino una media di otto vite umane ogni anno. «Abbiamo bisogno di più ricerca per migliorare queste stime», dice David Nowak, uno dei ricercatori, «ma il nostro studio suggerisce una volta di più che gli alberi sono uno strumento efficace nella riduzione dell'inquinamento dell'aria e la creazione di ambienti urbani più sani».
 
Atollo potrebbe diventare il primo sito «contaminato» dalla plastica PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Lunedì 25 Novembre 2013 13:02
Dal Corriere della Sera - È una piccola isola remota nell’arcipelago delle Hawaii, ricca di biodiversità ma anche di spazzatura di plastica: adesso potrebbe diventare il primo «sito contaminato» protetto dalla legge federale statunitense sui rifiuti pericolosi, dove il «rifiuto pericoloso» è proprio la plastica. L’isola Tern è un atollo di dieci ettari delle French Frigate Shoals (Banchi di sabbia della fregata francese, così chiamati dal Settecento in ricordo delle navi dell’esploratore francese de la Pérouse) a circa 900 chilometri a nord-ovest di Honolulu.TERN - Tern fa parte nel Rifugio nazionale della fauna selvatica delle Hawaii. Ospita una delle più importanti colonie al mondo di volatili tropicali, che vengono sempre più decimati dalle montagne di plastica che s’impigliano ai suoi margini. La rete di coralli e atolli delle Hawaii settentrionali fa infatti da «effetto-pettine» rispetto ai rifiuti flottanti nell’oceano, che convogliano in massa verso l’isola di plastica del Pacifico (Pacific Garbage Patch) - l’enorme discarica galleggiante dalle dimensioni di difficile stima (a seconda della concentrazione di plastica tenuta in considerazione). Da tempo Tern è diventata un magnete per la plastica. Mentre altri tipi di rifiuti affondano o si biodegradano, i frammenti di plastica – che viene ridotta a pezzettini dai raggi solari e dal moto ondoso – sono scambiati per cibo dagli animali e vengono ritrovati negli stomaci degli uccelli morti. I pezzi più grandi, come i sacchetti, sono un grave pericolo per foche, delfini e tartarughe.INVESTIGAZIONE FEDERALE - L’Epa, l’Agenzia federale statunitense per la protezione dell’ambiente, ha svelato la scorsa settimana che inizierà le indagini sull’isola. Si tratta di una «valutazione preliminare», prima tappa nel processo d’inclusione del sito nella lista «Superfund», la legge federale che identifica e obbliga alla pulizia prioritaria dei siti contaminati da rifiuti pericolosi, così come da «inquinanti o contaminanti» definiti a più ampio raggio, che possono nuocere alle persone o agli ecosistemi locali. La legge del 1980 conferisce anche l’autorità alle agenzie federali che si occupano di risorse naturali, Stati e tribù native di riscuotere i danni derivanti dalla contaminazione. Se Tern venisse inclusa nella lista, sarebbe una mossa rivoluzionaria proprio in virtù del fatto che la «sostanza pericolosa» principale del sito è la plastica: si tratterebbe del primo caso negli Usa. L’isola non è nuova al disinquinamento: durante la seconda guerra mondiale c’era una struttura militare e alla fine venne ripulita da amianto e liquami.FRAMMENTI TOSSICI - La decisione dell’Epa è stata assunta sulla scia di una petizione fatta un anno fa dal Centro per la diversità biologica, che ha richiesto all’agenzia federale di studiare l’inquinamento da plastica nelle acque delle Hawaii nordoccidentali, inclusa una porzione dell’isola di plastica del Pacifico sotto la giurisdizione statunitense. L’Epa non ha dato il via all’ispezione dell’intera area, ma ha detto «sì» per Tern. L’agenzia si concentrerà sui pericoli di tossicità posti dai rifiuti di plastica nei confronti degli animali selvatici che vi abitano. A risvegliare il suo interesse sono stati in particolare gli alti livelli di policlorobifenili (Pcb) riscontrati nelle foche monache. Si tratta di composti organici la cui tossicità persistente si avvicina in alcuni casi a quella della diossina. Negli Stati Uniti la loro produzione è stata bandita nel 1979, ma l’Epa sospetta che stiano entrando nella catena alimentare attraverso i frammenti di plastica, oltre a essere probabilmente contenuti nei dispositivi elettrici sotterrati in una discarica dell’isola, esposti da una violenta tempesta l’anno passato. La strada verso la classificazione del sito nelle liste Superfund è ancora molto lunga, in ogni caso questo primo studio ambientale dell’Epa, che si concluderà nel 2014, potrebbe esserne il primo passo.
 
U SCHIERZU PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosario Blandino   
Martedì 25 Giugno 2013 06:44
Sono state inserite le foto della rappresentazione teatrale del "U SCHIERZU". Per prenderne visione cliccare sul link corrispondente posto nella sezione Le Cene di MiRos.
Ultimo aggiornamento Martedì 25 Giugno 2013 06:53
 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Pagina 4 di 57
 14 visitatori online
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
Banner
mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterVisite Oggi:367
mod_vvisit_counterVisite Ieri:291
mod_vvisit_counterTotale visite953564

Today: Ott 23, 2019